La giacca militare verde: anatomia di un amore generazionale Il capo che ha vestito i nostri drammi adolescenziali torna a farci sentire cool, malinconici e leggermente ribelli

La giacca militare verde: anatomia di un amore generazionale Il capo che ha vestito i nostri drammi adolescenziali torna a farci sentire cool, malinconici e leggermente ribelli

Facciamo un salto indietro. Anni ’90. Un mondo senza Wi-Fi, ma con tanta, tantissima nebbia. Sono nella provincia veneta, quella piatta e sospesa, dove il numero dei bar supera quello degli abitanti e il massimo del divertimento è lavorare dodici ore in fabbrica per poi anestetizzarsi tra un giro di carte e uno di bocce. Ho diciassette anni e la bici è la mia macchina del tempo. Pedalo tra i campi, convinta che la nebbia padana sia il mio Central Park personale. Nello zaino porto un vocabolario di greco, un Bukowski stropicciato, un po’ di lattine di Fanta e tutta la mia insofferenza romantica da protagonista di Enrico Brizzi. Nelle orecchie, il lettore CD sputa a volume massimo Hai paura del buio? degli Afterhours. E sì, ho paura del buio, ma di Manuel Agnelli no. Lo adoro. Vesto sempre di nero, come se il lutto per la mia adolescenza fosse già iniziato, con microscopiche concessioni di colore. Un elastico per capelli, una riga di smalto viola scheggiato, un anello che si ossida alla prima pioggia. E poi lei, la giacca verde.

Capitolo 1: provincia, malinconia e il parka come coperta di Linus

Militare, oversize, ruvida, con tasche abbastanza profonde da contenere rabbia, speranza e disillusione in parti uguali. Perché, come cantano i TARM, "ogni adolescenza coincide con la guerra". E una guerra, anche quella contro sé stessi, merita un’uniforme. Trovarla, però, è un’impresa. Niente Vinted, niente Zara, niente shopping online. I negozi vintage? Solo miraggi lontani, roba da capitali europee. Qui ci sono solo mercerie tristi e negozi che vendono calze coprenti e mutande da suora. Se vuoi qualcosa di diverso, devi pregare in silenzio o avere un parente nell’esercito disposto a fare un piccolo contrabbando sartoriale. E così, come per grazia ricevuta, un giorno arriva lei: la M-65 Field Jacket, in cotone twill, con la bandiera sulla manica e il cordino in vita. È amore a prima vista. Sta bene su tutto: jeans, slip dress, camicie a quadri, felpe, e persino su quel senso di ribellione che ti fa credere di sapere chi sei. La indosso ovunque. Alle feste in garage, ai concerti nei capannoni, alle interrogazioni di latino. È la mia coperta di Linus. Profuma di freddo, di fumo, di zucchero filato e di spirito adolescenziale. Ogni generazione ha la sua divisa. La mia era verde. E adesso che la stessa field jacket torna sulle passerelle FW25, mi viene da sorridere. Perché la moda cambia, sì, ma certi amori, e certi traumi adolescenziali, no.

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Capitolo 2: The Jacket of Lonely, la giacca dei solitari con stile

Oggi su TikTok la chiamano The Jacket of Lonely e, se ci pensi, è il nome più onesto che potessimo darle. È la giacca dei solitari, di chi si sente sempre un po’ fuori posto ma con stile. Quella che Robert De Niro indossavano in Taxi Driver, Al Pacino in Serpico, Dustin Hoffman in Kramer vs. Kramer, Woody Allen in Io e Annie, Joaquin Phoenix in Vizio di forma, Jesse Pinkman in Breaking Bad, trasformandola da capo funzionale a manifesto esistenziale di ribellione, isolamento, malinconia, tutto in un unico pezzo di cotone verde oliva. La giacca militare verde non ha mai davvero smesso di esistere. Negli anni ha attraversato mode, generazioni e algoritmi. È stato il simbolo del ragazzo indie del 2010, della ragazza Tumblr che ascoltava i The Strokes, della preppy americana con jeans bianchi e camicia Oxford, e di quella versione di te che postava frasi di Pavese come caption su MySpace. È sempre stata lì, testarda come un vecchio ex che non blocchi mai davvero.

Capitolo 3: dal Vietnam ai feed di Pinterest. Breve storia della M-65

Nasce nel 1965, nel bel mezzo della guerra del Vietnam. Un capo tecnico, funzionale, pensato per resistere al fango, alla pioggia, a umidità e disperazione (ok, forse non a quest’ultima). Con il suo cappuccio a scomparsa, la zip coperta da patta, e le tasche enormi per portare "l’essenziale" (tipo un pacchetto di sigarette e una lettera da casa), era perfetta. Ma il suo destino è un altro. Quando la guerra finisce, la giacca scappa dalle trincee per entrare nei guardaroba dei ribelli, dei poeti, dei disillusi. Indossata da John Lennon e Jane Fonda, la giacca militare verde si è trasformata da simbolo di guerra a manifesto contro la guerra. Negli anni ’70 e ’80 è la divisa degli attivisti, dei bohémien, dei ribelli con una causa. Negli anni ’90, finisce addosso alle alt-girl con lo smalto sbeccato che ascoltano Sonic Youth su un iPod da 8 GB e ai ragazzi che leggono Andrea Pazienza fumando Diana blu davanti ai licei. E negli anni 2010? La troviamo ovunque: nei negozi vintage, nei look di Kate Moss e Alexa Chung, o appesa distrattamente sulle spalle delle it girl di Tumblr. Un’icona, anche quando non vuole esserlo.

Capitolo 4: FW25 e la rinascita del verde (in passerella e nei nostri feed)

C’è qualcosa di poetico nel vedere una giacca militare vintage tornare in passerella mentre il mondo brucia (di nuovo). Forse è nostalgia, forse è bisogno di concretezza. Forse è che ci manca quella sensazione di peso, quando i vestiti duravano e significavano qualcosa. Oggi la giacca M-65 è ovunque. La ritroviamo sulle passerelle autunno-inverno 2025, da COMME des GARÇONS HOMME PLUS, Dior, Antonio Marras, Ann Demeulemeester e Victoria Beckham, che la reimmagina in versione seducente. Ogni brand le restituisce una nuova identità, ma senza mai tradirne l’anima utilitaria. Ci sono modelli in twill cerato, trapuntati come quelli di Barbour e Burberry, varianti in velluto a coste o pelle cerata. Le nuance spaziano dal verde oliva al cammello, passando per il kaki e il salvia. La giacca verde spunta anche addosso a modelle in sneakers, su creativi digitali che bevono matcha al posto del caffè, su ragazze ventenni che la chiamano "core" e la reinterpretano come fosse un filtro VSCO umano. E va bene così. Ogni generazione la rilegge a modo suo. Io, però, continuo a vederla per quello che era: un talismano da battaglia, un modo per dire "sono qui, anche se non so ancora dove sto andando".

Capitolo 5: la giacca come autobiografia. Perché non l’abbiamo mai davvero lasciata

La giacca verde dei Millennials non è solo un trend, è un capitolo della nostra biografia collettiva. È quella che indossavamo ai concerti, ai raduni improvvisati nei parcheggi, alle prime uscite "da grandi". Quella che puzzava di fumo e CK One, ma che sapeva anche di libertà. La stessa che oggi, rispolverata dal fondo dell’armadio o ricomprata vintage, ci ricorda che nonostante tutto siamo ancora noi. Solo con più consapevolezza e meno eyeliner sbavato. La sua forza sta nel suo essere genderless, funzionale, e profondamente emotiva. Non importa se la portiamo con un abito midi, dei jeans larghi, o con i combat boots: la M-65 Field Jacket funziona sempre, perché non segue la moda. La attraversa. È un capo che sopravvive alle stagioni, ai trend e persino alle nostre crisi identitarie. Quindi sì, la giacca verde che ha vestito i nostri drammi adolescenziali è tornata, e con lei un intero modo di sentire. È qui per ricordarci che la malinconia può essere chic, che la ribellione può avere tasche capienti, e che non serve un like per sentirsi autentici. Che sia firmata Prada, trovata in un mercatino vintage o rubata dal guardaroba di un ex, poco cambia. Ogni field jacket porta con sé un frammento di storia. Forse non ci serve più per sopravvivere al liceo, ma ci serve ancora per affrontare la vita adulta. Oggi la mia vecchia M-65 vive ancora. È appesa in fondo all’armadio, tra un cappotto anonimo e un blazer mai messo. Il segreto del suo fascino da outsider? Non mi fa sentire alla moda. Mi fa sentire fuori posto ma perfettamente giusta. Mi fa sentire me stessa, solo con più tasche. È uno strano destino per una giacca verde militare nata per la giungla vietnamita, finita addosso a generazioni di adolescenti europei che combattevano altre guerre. Quelle interiori, quelle contro la noia, quelle contro noi stessi.